di Massimo Onofri, 26 gennaio 2018

Come recita l’adagio latino, carmina non dant panem, che un ministro della Repubblica, qualche anno fa, tradusse con un’espressione assai più corriva: “con la cultura non si mangia”, nella presupposizione piuttosto superficiale, bisogna dirlo, che l’uomo sia appunto ciò che mangia. La promozione di Nuoro tra le dieci città selezionate dal ministero dei beni delle attività culturali e del turismo, che si contenderanno il 16 febbraio il titolo di capitale italiana della cultura 2020, è un fatto che dimostra esattamente il contrario: se è vero che, con lungimiranza, il capoluogo barbaricino ha presentato un progetto assai articolato che punta proprio sulla cultura, in special modo quella umanistica, accusata spesso di vacuità e retorica, di disposizione all’astrazione, di estraneità radicale a quei processi produttivi che farebbero la ricchezza reale delle nazioni, buona al massimo per solleticare la vanità d’una popolazione come quella italiana che, a fronte d’una esigua pattuglia di lettori di buona e vera poesia (poche migliaia quando si tratta d’un best seller) può contare su un esercito di aspiranti poeti in attività – perlopiù patetici improvvisatori senza competenze specifiche -, che raggiunge con facilità – ed è dato impressionante – il milione di unità. Un’idea puerile e imbarazzante della poesia e della letteratura, certo, che, a fianco a quella della sua superfluità e inutilità, ha avuto un peso nell’indirizzare l’azione ministeriale universitaria di questi ultimi anni, con risorse sempre più scarse da investire sul versante del sapere umanistico. Di che sto parlando? Del corso di Tutela internazionale dei diritti umani, che s’avvarrà anche della collaborazione d’un premio Nobel per la pace, della creazione d’un sistema informativo statistico per il monitoraggio del territorio nuorese, d’una scuola di lettura creativa, prima che di scrittura, coadiuvata dalla Fondazione Bellonci, quella che organizza il premio Strega, pronta a impegnarsi, nell’eventualità della vittoria (ma non solo), in una serie di iniziative letterarie d’altissimo livello. A farsene interpreti e promotori sono stati tre professori che lavorano all’Università di Sassari, tutti impegnati con passione proprio nell’ambito umanistico: Gabriella Ferranti, Giorgio Garau e il sottoscritto. Me lo sono sempre chiesto: cosa può offrire la Sardegna, a chi viene a conoscerla da fuori, oltre il suo mare leggendario, i suoi struggenti panorami e le sue malinconiche lontananze, la sua nobilissima tradizione agro-pastorale, se non un patrimonio culturale, traducibile appunto in scienza e conquista del paesaggio, in vista d’uno sviluppo razionale e sostenibile? Soprattutto Nuoro. Un premio Nobel: Grazia Deledda. Uno dei più grandi scrittori europei: Salvatore Satta. Uno dei più interessanti poeti dialettali dell’Ottocento italiano: Sebastiano Satta. Due case editrici che hanno raggiunto livelli di eccellenza, con originali proposte: Il Maestrale e Ilisso. Devo continuare?

tratto da La Nuova Sardegna