di GIOVANNI GUSAI

Un uomo anziano si sveglia, il cielo non è ancora chiaro.
Esce di casa e annusa il freddo della mattina. Stringe sulla gola la sua sciarpa di lana. Ha una sacca di cuoio sulla schiena, come uno zaino, ma è quasi vuota.
In tasca nient’altro che le mani. Attraversa il cortile, si chiude il cancello alle spalle e comincia a camminare, come fa da un tempo abbastanza lungo da poter dire sempre. Non c’è ora migliore, questo è il momento perfetto. C’è fresco, persone cordiali e pazienti per strada, silenzio. Cammina in salita, su tornanti stretti che scorrono lungo il fianco orientale della montagna. Ogni tanto, a mezza costa, il sentiero scompare nel fitto del bosco, per poi affacciarsi su distese di pietra e lecci, che a contatto con il tepore arancione dell’alba perdono gocce di rugiada.
È uno spettacolo impagabile e certe volte, a guardarlo, l’uomo si dimentica dell’età avanzata. Si ferma solo un attimo, poi ricomincia a camminare.
È lì per quello, ci sono voluti anni per capirlo.

Prima si fermava, a lasciarsi commuovere dal panorama. Ammirava il sole affacciarsi oltre la valle, i tetti delle case illuminarsi, la città riprendere vita. Si gongolava della posizione privilegiata, scattava qualche foto con la Leica comprata da ragazzo, e ripartiva. Nel frattempo però era cominciato il caldo, e il traffico e il rumore. Era già ora di tornare a casa, il gesto del camminare compromesso.
Tornava a casa con un senso di insoddisfazione e malinconia.

Negli anni ha imparato come si fa, e ora cammina, cammina e basta. Adesso sa che lo spettacolo perfetto è sempre oltre la prossima curva, dove non può vedere. Magari ci sarà un ramo caduto, o la traccia di un cinghiale, o i corbezzoli maturi. Ha imparato che vale la pena svegliarsi all’ora giusta per il solo camminare, per la sorpresa quotidiana e per lo stupore inatteso. L’importante è non fermarsi.

L’ultima brocca d’acqua è quella della visione.
Progettare, mettere a disposizione le proprie competenze fino a generare bellezza, sentirsi parte attiva di una comunità viva, non geografica ma d’intenti: è quasi tutto. Ma non basta. L’orizzonte è il camminare. Andare avanti, non crogiolarsi sul raggiungimento di traguardi piccoli e vicini. Considerare il percorso prima dell’arrivo.

Ci sono due strade. Possiamo godere ancora per un po’ della Nuoro che conosciamo, e lasciare che i figli di questa città partano verso altre destinazioni facili – peccato per chi non nascerà qua e per chi è voluto andare via, non possiamo farci niente. Destinazione estinzione.
Oppure c’è un’altra strada, e questo è il momento perfetto per imboccarla.

È in salita, e pretende che non ci si fermi mai. Va percorsa finché si hanno forze, e bisogna mostrarla alle generazioni che verranno, perché mettano in dubbio la certezza che qui non ci sia futuro.
Il futuro a cui dovremmo ambire, e che dobbiamo raccontare, è da costruire, non è quello che ci consegnano impacchettato. È lontanissimo e si farà rincorrere per sempre.

Però forse è il caso di partire per cercare di acciuffarlo.
Oggi è il momento perfetto. Oggi per le idee fresche, le persone disponibili e il silenzio attorno a noi. Oggi che di noi nel mondo si parla ancora troppo poco. Non domani, non quando avremo un bel progetto. Adesso.

Ci saranno, ogni tanto, panorami mozzafiato, meraviglie inattese e guadagni insperati. Fermiamoci a goderne per un attimo soltanto. Poi c’è da camminare. Ancora, sempre, al nostro passo.
Il futuro è oltre la prossima curva.