di GIOVANNI GUSAI

È necessario curare ogni forma ragionevole di libertà. Senza inventare nulla di nuovo, ciò significa tutelare la possibilità che ogni individuo possa dover rispondere unicamente alla sua ragione.
Da questo derivano due responsabilità: una sociale, che impone di rispettare le scelte altrui. E una personale, che impone di agire solo sulla base di conoscenze verificate e competenze reali.

Nell’epoca delle post verità, in cui le opinioni valgono più degli avvenimenti, si tratta di un’impresa faticosa e delicata.

C’è una valle, sul cui fondo scorre un fiume. A ridosso delle rive sorge un bosco: alberi selvatici da frutto, sughere, cespugli bassi. Ci sono alberi anziani da poter abbattere, si vedono le tracce degli animali. Una parte della valle è pianeggiante, ma ci sono molte pietre da eliminare: probabilmente se ne potrebbero tirare fuori mura per una piccola casa. O forse per un mulino.
È tutto da inventare, dunque. C’è solo la valle.

Libertà è scorgere la valle e dividersi i compiti.
Un botanico distingue i frutti commestibili e li raccoglie, un cestinaio sceglie il vimini dai salici sulle sponde del fiume, con cui intrecciare i canestri. Un agronomo fa la perizia del suolo, un contadino prepara il terreno e lo lavora. Un muratore sceglie le pietre, un architetto progetta la casa, un ingegnere inventa un mulino. Un boscaiolo abbatte gli alberi anziani, un falegname li trasforma in arredi per la casa. Un cacciatore abbatte gli animali in sovrannumero, un macellaio li prepara affinché un cuoco li possa cucinare. Uno scrittore racconta la storia di una valle che cambia. Arriva un regista, e ne fa un film.

È vera libertà se nessun pescatore pretende di consigliare nessun boscaiolo sul taglio degli alberi, se nessun ingegnere impone il suo parere a nessun cestinaio, se ognuno fa ciò che sa fare meglio, nel modo migliore che conosce. In tutti gli altri casi ci si illude di essere liberi.

Ognuno partecipa nel modo che la sua vita gli concede.
Libertà è partecipazione, sappiamo da tempo.
E partecipazione è bellezza.

Prendere parte, collaborare, trovare il proprio posto: è più che strategia, più che umanità, più che intelligenza. È un processo cognitivo non computazionale: significa che i computer non lo capiscono. Fosse arrivata la macchina giusta, ben programmata: avrebbe raccolto intrecciato valutato coltivato scartato progettato costruito abbattuto rigenerato ucciso macellato cotto descritto filmato, tutto da sola. Forse una macchina così ancora non esiste, ma è improbabile che non esisterà mai.

Noi ci siamo per arginare l’efficienza e generare libertà. Per il valore aggiunto della collaborazione, per dire di cosa siamo capaci, per scoprire di cosa sono capaci gli altri. E per realizzare ciò di cui siamo capaci, insieme.

Abbiamo il dovere di stupirci di noi stessi e credere nella meraviglia.
C’è un nostro modo specifico di incantare l’umano, e non possiamo permetterci di dimenticarlo.

In questa brocca d’acqua volevo metterci la partecipazione, ma quando ho finito di riempirla l’ho trovata colma di bellezza.
Nuoro è la valle inesplorata: c’è bisogno del lavoro di tutti, e che ognuno faccia il proprio.

Ne verrà fuori un capolavoro.