di GIOVANNI GUSAI

Innanzitutto dobbiamo rivalutare la nostra idea di fare.

È comune pensare che ci siano dei momenti in cui si fa e altri, distinti, in cui si pensa, si attende, si decide, ci si riposa. Forse abbiamo sempre sbagliato, e la realtà è che siamo sempre attivi in un fare reale. Forse il cambiamento passa anche dalle scelte inconsapevoli, dalle leggerezze, e persino dalle dimenticanze.

Questa è la prima brocca d’acqua che riporto dalla fontana, e riguarda il progettare. Non ho in mente un tavolo da disegno, con matita, gomma, fogli e squadrette. Penso a un sarto, uno di quelli bravi.

Da giovane ha viaggiato, riconosce al tatto centinaia di lavorazioni e di tessuti, per ognuno ha un’idea; ha imparato le proporzioni dell’umano e in un’occhiata sa immaginare la giusta lunghezza di una manica, il girocollo di una camicia, lo strascico di un vestito; non si fida troppo di se stesso, quindi ha sempre con sé forbici affilate, metro e gessetti; ha buon gusto, e certi capolavori di sartoria gli sono rimasti talmente impressi da utilizzarli ora come modelli: è uno che copia.

Ecco, non credo si possa progettare in altro modo.

È tempo di progetti sartoriali, disegnati e tagliati su misura per le nostre comunità. Diventare i sarti di noi stessi ha alcune implicazioni: occorre guardarsi allo specchio, intanto. Capire come siamo, al di là ci come ci descrivono. Certi vezzi, addosso a noi, potrebbero risultare buffi, volgari, scomodi. Dobbiamo scegliere come vogliamo vestirci, e in base al contesto in cui ci muoviamo. Guardarci attorno, esaminare i nostri bisogni e prepararci. Sarà una festa di gala, un pranzo informale, o un appuntamento di lavoro? È importante, ed è già un fare. Che città saremo, da qui a vent’anni? Vogliamo vestiti comodi per correre, o una vestaglia da camera per fermarci a invecchiare?

Forse occorrerebbe smettere di fidarci eccessivamente di noi stessi, abbandonare le certezze infondate e i pregiudizi, e dotarci degli strumenti adeguati. Se abbiamo forbici che non tagliano più, e rischiamo di sfilacciare i filati pregiati che abbiamo ricevuto in eredità, c’è una cosa sola da fare: buttare quel paio di forbici, e inventarne delle altre. È tutto progettare, ancora non c’è nessun vestito. Ma è già un fare.

Il mondo oltre noi stessi è affollato di idee geniali, libere e gratuite. In genere non ce ne accorgiamo. Un po’ perché ce le raccontano poco, un po’ perché non facciamo lo sforzo di andare a cercarle. Invece ora non possiamo più permetterci di ignorarle: è il modo migliore di piegare la complessità dell’informazione a nostro vantaggio. È tutto accanto a noi, in qualunque momento: bisogna rubare tutto. Copiare spudoratamente, ricalcare, saccheggiare. I Grandi fanno così.

È il difficile passaggio dallo stare nel mondo allo stare al mondo. Nuoro deve diventare innanzitutto capitale di se stessa, capire dove vuole andare rimanendo dov’è. Deve portare il mondo in casa sua. E ci vuole un piano.

In questa brocca non c’è spazio per parlare dei metodi di una progettazione utile – ci sarà tempo anche per questo. Adesso era importante cominciare a parlare della necessità del progettare, a qualunque livello. La politica, la scuola, le strutture ricettive, le istituzioni culturali e gli stessi cittadini: senza un progetto sono destinati a indossare per tutta la vita gli stessi abiti vecchi e logori, perdere il loro fascino e decadere.

Il progetto è già una destinazione.