di GIOVANNI GUSAI

C’è, da queste parti più che altrove, la spiccata tendenza a sovrapporre i luoghi agli affetti. Nùgoro amada. Così ci innamoriamo dei vicoli e degli scorci, ci commuoviamo per la neve sulle piazze, quasi piangiamo di fronte alla magnificenza del Monte. E questo rapporto con i luoghi, di provenienza e di residenza, è il nostro più grande vantaggio e il nostro più grande limite.

È difficile trasportare questa brocca: è pesante e fragile, colma fino all’orlo di acqua salata. Parla della gente di Nuoro. Non di chi ci vive, ma di chi la tiene viva.

È acqua salata per le lacrime delle partenze forzate.
Per il sudore della fatica – di chi resta e di chi parte.
È acqua salata come l’acqua di mare.

Grembo fecondo e profondissimo, accogliente e terribile. È la palestra dei marinai, il multiforme mistero che dà senso alla terraferma. Eternamente va e viene, va e viene, va e viene. Si infrange impetuoso contro la roccia, lambisce delicato la sabbia finissima, modula il volume del suo incessante canto ipnotico. Non è un luogo, il mare. È ciò che ai luoghi dà senso.

Così è la gente di Nuoro.
Negli abissi interiori del genio nuorese sono stati concepiti romanzi immortali, pietre vive, rivoluzioni e poesie. Il dolore e la miseria si sono trasformati in epica romantica, la città stessa è cambiata.
È la prima tempesta da affrontare: se a questa gente dimostri di valere qualcosa, allora sei pronto per il mondo. In questo mare albergano la pace e il furore, la protesta e il canto, l’euforia e la nostalgia.

Anche se è salata e non disseta, ed è impossibile mandarla giù, è di quest’acqua che c’è bisogno.
Della gente di Nuoro che si riconosca come tale: una comunità che dia senso al suo mondo. Non per la residenza, non per la nascita, ma per uno scopo comune.

È tutto mare: i talenti inestimabili che non vivono più qui sembrano lontanissimi, e sono come orizzonti a indicare la direzione. I bambini che per la prima volta abbracciano con lo sguardo piazza Satta: sembra niente, ma sono come le piccole piscine fra gli scogli, e anche quello è mare. Le buie profondità del cuore di chi è costretto a partire: popolate di mostri. Di paure e di malinconia e di abbandono. E magari, però, delle idee giuste, quelle che poi ti riportano a vedere il cielo. È mare la gente che da qui non è mai andata via: la superficie, ciò che si vede – sostiene le barche, si fa fotografare, accoglie.

Tutti, siamo mare. E eternamente, facciamo una cosa sola.
Andiamo e torniamo, andiamo e torniamo, andiamo e torniamo.
Non importa quanto lunga sia la traccia della nostra onda infranta: la nostra battigia resta Nuoro, e le nostre vite non sono che modi più o meno travagliati di tornarci.

Siamo il senso di questa spiaggia.
Senza di noi sarebbe una distesa di sabbia: e poi chi se ne innamora più?